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mercoledì 2 ottobre 2013

Eleven

Sono le undici, e mentre ti addormentavi accanto a me, mentre sotto le mie mani il tuo corpo si assopiva e i capelli si facevano ancora più morbidi (possibile?) mi sei tornata in mente appena nata, nei tuoi primi giorni, nei nostri primi passi in un mondo nuovo.
Ti ricordo così piccola che la mia mano bastava a coprirti la schiena, la tua testa piena di capelli nel mio palmo. Fragile e forte, piena di vita, tutta vita, un mistero che respirava tra le mie braccia. Ricordo la pace che sentivo nel vederti dormire e mi dicevo che non c'è niente al mondo di più bello che vederti dormire. E lo dico ancora, ma mi contraddico un istante dopo, quando allunghi la mano per farmi una carezza, per abbracciarmi, quando ti sento parlare, rispondermi "TANTO" al mio "ti voglio bene amore"! Quando mi metti il broncio e poi lo disfi con il tuo sorriso, si scioglie tutto come neve al sole. Perché non c'è niente di più bello al mondo che sentirti e vederti crescere, diventare. Perché la vita è questo: diventare!
E mi dico che quella neonata, che quel mistero meraviglioso che sei stata per me lo sarai sempre. Perché è lì, dentro di te. Lo sarai sempre, per sempre.


È questo che penso mentre mi addormento anch'io, che a ogni compleanno sarai sempre più grande, ma sarai sempre quella piccola vita appena nata. Lo siamo tutti, i bambini che siamo stati, dovremmo ricordarcelo ogni volta che cerchiamo di essere ascoltati, di essere amati. I più fortunati lo sanno, altri se ne dimenticano, ma forse possono ancora scoprirlo. 
Penso che anche Sandra Cisneros lo sapesse quando ha scritto La casa di Mango Street, quando ha scritto le sue short stories. 
Sandra Cisneros è una scrittrice tra le più importanti della letteratura chicana. Ha una voce calda, un tono da cantante, fresco e avvolgente, una lingua che sembra un gioco, come quella dei bambini che tutto scoprono e non hanno ancora paura di sbagliare, un tocco che sa cosa andare a risvegliare.
L'avevo scoperta all'università, grazie alla prof che teneva un corso stupendo sulla letteratura americana, l'ho riscoperta quest'estate quando ho comprato due suoi libri e mi sono ritrovata a leggere una short story che avevo voluto tradurre ai tempi... l'ho cercata e l'ho trovata.
Se vi va di leggerla è riportata qui di sotto.

Undici anni


Quello che non capiscono dei compleanni e che non ti dicono mai è che quando hai undici anni ne hai anche dieci, e nove, e otto, e sette, e sei, e cinque, e quattro, e tre, e due, e uno. E quando ti svegli il giorno del tuo undicesimo compleanno ti aspetti di sentirti diversa, ma non è così. Apri gli occhi e tutto è uguale a ieri, solo che è oggi. E non pensi di avere undici anni, pensi di avere ancora dieci anni. E infatti ce li hai, sotto quell’anno che ti fa diventare più grande.
     Per esempio qualche volta capita che dici qualcosa di stupido, e quella è la parte di te che ha ancora dieci anni. O magari un giorno vuoi stare in braccio alla tua mamma perché hai paura, e quella è la parte di te che ha cinque anni. Oppure un giorno, ti vuoi mettere a piangere, come quando avevi tre anni. E va bene così. Lo dico sempre alla Mamma quando vedo che è triste e sembra che vuole mettersi a piangere. Può darsi che si sente come quando aveva tre anni.
     Perché diventare grandi somiglia a una cipolla o ai cerchi dentro il tronco di un albero o alla mie bamboline di legno che si infilano una dentro all’altra, ogni anno dentro al prossimo. Ecco com’è avere undici anni.
     Non pensi che hai undici anni, per niente. Passano dei giorni, delle settimane a volte, o anche dei mesi prima che rispondi undici quando ti chiedono l’età. E non ti piace dire undici, almeno non fino a quando non hai quasi dodici anni. È proprio così.
     Però oggi non volevo avere solo undici anni che mi rotolavano dentro come monetine dentro una scatoletta di latta. Oggi volevo avere centodue anni invece che undici perché se avevo centodue anni lo sapevo cosa dire quando Mrs. Price ha messo il maglione rosso sul mio banco. Sapevo dirle che non era mio invece di stramene lì seduta con quella faccia e niente che mi usciva dalla bocca.
     “Di chi è questo?” dice Mrs. Price, e tiene in mano il maglione rosso per farlo vedere a tutta la classe. “Di chi è? È rimasto nell’attaccapanni per un mese.”
     “Mio no,” dicono tutti “Io no.”
     “Deve essere di qualcuno,” dice Mrs. Price, ma nessuno si ricorda. È un maglione bruttissimo con i bottoni rossi di plastica e il collo e le maniche così stropicciate che le puoi usare come corda per saltare. Sembra vecchio di cent’anni e anche se era mio non lo dicevo.
     Forse perché sono secca, forse perché le sto antipatica, quella stupida di Silvia Saldìvar dice: “Per me è di Rachel”. Uno schifo di maglione come quello, tutto rovinato e vecchio, ma Mrs. Price le crede e così prende il maglione rosso e lo mette proprio sul mio banco, ma quando apro la bocca non mi esce niente.
     “Non è, io non, lei non…Non è mio,” dico alla fine con una voce così piccola che forse ero io quando avevo quattro anni.
     “Ma certo che è tuo, ” dice Mrs. Price. “Mi ricordo di avertelo visto addosso una volta.” Solo perché lei è più grande ed è la maestra, lei ha ragione e io no.
     Non è mio, non è mio, non è mio, ma Mrs. Price è già arrivata a pagina trentadue, al problema di matematica numero quattro. Non so perché ma tutto a un tratto sento un male dentro, come se la parte di me che ha tre anni mi vuole uscire dagli occhi, ma io li chiudo forte forte e stringo i denti strettissimi e cerco di ricordare che oggi ho undici anni, undici. La mamma mi farà una torta per stasera, e così quando papà torna a casa tutti canteranno tanti auguri a te, tanti auguri a te.  
     Ma quando non sento più male e apro gli occhi, il maglione rosso è ancora là come una montagna rossa gigante. Allora lo sposto nell’angolo del banco col mio righello. E allontano il più possibile la mia matita, i miei libri e la mia gomma. E un pochino sposto anche la sedia verso destra. Non è mio, non è mio, non è mio.
     E nella mia testa cerco di pensare a quanto manca al pranzo, quando finalmente posso prendere il maglione rosso e tirarlo via oltre il cortile della scuola, oppure lasciarlo appeso ad un parchimetro o arrotolarlo tutto come una pallina e lanciarlo nel vicolo. Ma quando l’ora di matematica è finita Mrs. Price si mette a gridare davanti a tutti, “Adesso basta Rachel,” perché ha visto che ho spinto il maglione rosso nell’angolo piccolo piccolissimo del banco ed era rimasto lì a penzolare come una cascata, mentre io facevo finta di niente.
     “Rachel,” dice Mrs. Price. E lo dice in un modo che sembra molto arrabbiata. “Adesso ti metti quel maglione e la smetti con queste stupidaggini.”
     “Ma non è…”
     “Subito!” Dice Mrs. Price.
     Ecco quando non volevo avere undici anni, perché in quel momento tutti gli anni che avevo dentro (dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due e uno) si erano messi a spingere da dietro gli occhi quando ho messo un braccio nella manica di quel maglione che puzzava di formaggio, e poi dopo, l’altro braccio nell’altra manica e stavo lì con le braccia aperte come se il maglione mi faceva male, ed era vero, tutto che pungeva e pieno di germi che non sono neanche i miei.
     E in quel momento tutto quello che avevo trattenuto la mattina da quando Mrs. Price aveva messo il maglione sul mio banco è uscito fuori, e tutto ad un tratto sono scoppiata a piangere davanti a tutti. Volevo essere invisibile ma non lo ero. Ho undici anni e oggi è il mio compleanno e sto piangendo come una di tre anni davanti a tutti. Mi metto la testa nel banco e mi nascondo la faccia tra le braccia con quelle stupide maniche da clown. Ho la faccia tutta calda e la saliva che mi viene alla bocca perché non riesco a fermare quei versi che faccio, finché non mi vengono più lacrime negli occhi e tremo tutta come quando ho il singhiozzo e la testa mi fa male come quando bevo il latte troppo in fretta.
     Ma il peggio arriva proprio prima della campanella. Quella stupida di Phyllis Lopez, che è ancora più cretina di Sylvia Saldìvar, dice che si ricorda che il maglione rosso è suo! Così io me lo tolgo subito e glielo do, solo che Mrs. Price fa finta di non accorgersi di niente.
     Oggi ho undici anni. La mamma mi sta facendo una torta per stasera e quando papà torna dal lavoro la mangeremo. Ci saranno le candeline e i regali e tutti canteranno tanti auguri a te, tanti auguri a te Rachel, solo che ormai è troppo tardi.
     Oggi ho undici anni. Ho undici anni, dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due e uno, ma volevo avere centodue anni. Volevo avere tutto tranne che undici anni, perché voglio che oggi sia già lontano, lontano come un palloncino che vola via, come una piccola, piccolissima o nel cielo, così minuscola che devi stringere gli occhi per vederla.          




Nota importante: quella che trovate sopra è una proposta di traduzione personale, non la versione attestata e pubblicata in italiano. Quella la trovate nel "Fosso della strillona" (che detto tra noi, la scelta del titolo non mi pare delle più felici... però), edito da La Nuova Frontiera.
Detto questo, un grazie di cuore alla professoressa Baccolini!